La Coppettazione nel Tennis: Il Caso di Ben Shelton a Wimbledon e il Dibattito tra Benefici e Scetticismo
Durante l’edizione 2025 di Wimbledon, gli appassionati di tennis più attenti avranno notato qualcosa di insolito sulla schiena e sul braccio del giovane talento statunitense Ben Shelton: evidenti segni circolari rossastri, lasciati da una tecnica di recupero tanto antica quanto controversa — la coppettazione.

Questa pratica, che ha radici millenarie nella medicina tradizionale cinese e mediorientale, è tornata sotto i riflettori grazie alla sua crescente popolarità tra gli atleti di élite. Michael Phelps la rese nota alle Olimpiadi di Rio 2016, ma oggi anche tennisti come Shelton sembrano affidarsi a questo metodo per migliorare il recupero fisico.
Cos’è la Coppettazione?
La coppettazione (in inglese cupping therapy) prevede l’applicazione di speciali “coppette” in vetro, plastica o silicone sulla pelle. Attraverso il calore o l’aspirazione meccanica, viene creato un vuoto che risucchia delicatamente la pelle, stimolando il flusso sanguigno nella zona trattata. Il trattamento dura generalmente dai 5 ai 15 minuti e lascia i caratteristici segni circolari per alcuni giorni.
L’uso tra gli sportivi e il caso Shelton
Shelton, giovane promessa con un servizio tra i più potenti del circuito, ha affrontato il caldo e l’intensità di Wimbledon mostrando senza problemi i segni della terapia. In un contesto in cui il margine tra vittoria e sconfitta può dipendere dal più piccolo vantaggio fisico, molti atleti cercano ogni possibile supporto per migliorare il recupero e la performance.
La coppettazione viene spesso integrata in programmi di fisioterapia sportiva, insieme a massaggi, stretching, crioterapia e trattamenti miofasciali.
Benefici anche per le persone comuni
Sebbene il mondo sportivo l’abbia reso celebre, la coppettazione non è una pratica riservata solo agli atleti. Viene sempre più utilizzata anche da persone comuni per affrontare problematiche quotidiane, tra cui:
- Dolori muscolari e cervicali: particolarmente utile per chi soffre di contratture o tensioni muscolari da postura scorretta o stress.
- Mal di schiena e lombalgia: la stimolazione della circolazione può aiutare a rilassare i tessuti e ridurre la percezione del dolore.
- Emicrania e tensione nervosa: alcuni pazienti riferiscono un miglioramento nei casi di mal di testa da stress o tensione muscolare.
- Disturbi respiratori: nella medicina tradizionale, la coppettazione viene usata anche per alleviare sintomi da raffreddore, tosse o congestione toracica.
- Ritenzione idrica e cellulite: in estetica viene utilizzata per migliorare la circolazione linfatica e il drenaggio dei liquidi.
- Affaticamento cronico: alcune persone la impiegano per contrastare la stanchezza generale e aumentare il senso di vitalità.
Ovviamente, ogni caso è diverso e va valutato da professionisti qualificati. Non tutte le situazioni sono adatte a questo tipo di trattamento, e in presenza di determinate patologie — come disturbi della coagulazione o fragilità capillare — è sconsigliata.
Il fronte dello scetticismo
Nonostante la crescente popolarità, la comunità scientifica resta divisa. Numerosi medici e ricercatori sottolineano come le evidenze scientifiche sui benefici reali della coppettazione siano scarse, poco robuste o aneddotiche. Secondo alcuni esperti, si tratta più di un effetto placebo che di un reale trattamento terapeutico. Altri, pur non escludendone del tutto l’efficacia, ne criticano la mancanza di standardizzazione e l’assenza di studi clinici su larga scala.
C’è chi la considera una “cialtroneria ben mascherata”, spinta più dalla moda e dalle testimonianze visibili (i classici “lividi”) che da dati scientifici solidi.
Un equilibrio tra esperienza e scienza?
Nel mondo dello sport professionistico, dove ogni dettaglio può fare la differenza, è comprensibile che pratiche come la coppettazione trovino spazio. Ma anche nella vita quotidiana, quando praticata da professionisti qualificati e in modo responsabile, può offrire un’alternativa complementare — non sostitutiva — ad altri trattamenti.
Come spesso accade in medicina, la sfida sta nel trovare un equilibrio tra l’esperienza soggettiva dei pazienti e la necessità di prove oggettive, tra ciò che “funziona per me” e ciò che la scienza può dimostrare.